il blog di Madre

quando non sai cosa stampare. stampa la leggenda




la citazione del titolo è una frase di john ford.
John ford è un regista che ha inventato il west. letteralmente. Se vedete le immagini vere dell'ovest americano sono di uno squallore disperante.
Pistoleri con i pantaloni ascellari come fantozzi, i baffi a manubrio alla de amicis e lo sguardo vacuo di chi non sa nemmeno cosa ci fa al mondo. Le immagini vere di billy il kid sono desolanti. Un ragazzetto brufoloso con la faccia da stronzetto di periferia. Il punto però è che billy il kid non è quello. Billy il kid è marlon brando, ovviamente.

Insomma ford diceva che tra una storia inventate e bellissima sulla frontiera ed una vera e tristerrima lui non aveva dubbi. sulla pellicola avrebbe "stampato" la leggenda.
Ecco questa lunga premessa per dire che probabilmente i discografici italiani sono tutti fan di john ford.
Si perchè solo così si spiegano 3 dischi 3.
IL primo (primo, insomma, prima del primo) è quello di Matteo Becucci vincitore dell' x factor 2009. IL secondo quello di Francesco Renga. IL terzo il singolo di vasco rossi.

Matteo Beccucci.
Dopo un anno di spasmodica atttesa esce con un disco di... cover.
DI cover si. Dopo che l’estate scorsa le radio hanno dovuto mandare in airplay il suo primo patetico singolo inedito, una specie di mix tra gli U2 delgi anni 80 con i testi di federico moccia, i discografici non lo hanno avuto il cuore di fare un intero disco così.
Come potevano?
hanno quindi optato per un intero album di cover internazionali di cui matteo (o chi per lui) ha scritto dei testi in italiano.
L'operazione è ascoltabile in tutta la sua sconcezza su i tunes, e vi assicuro che i 30 secondi per brano bastano e avanzano.
Insomma tra la realt e la leggenda i discografici hanno preferito la leggenda.
Perchè matteo evidenzia un limite (IL LIMITE) di x factor.
X factor è un luogo di grandi interpreti ma NON di grandi autori. E quando i suddetti tirano fuori dal cassettino le canzoncine degli annetti passati ecco che capiamo perchè matteo ha veleggiato in un tranquillo anonimato per 36 anni.
perchè le canzoni fanno cacare.
certo si poteva mettergli intorno un team di autori veri, si poteva tirare fuori delle canzoni dalla rete ( myspace per esempio) insomma trovare pezzi di qualità per una voce di qualità.
Ma poteva avere lontanamente l'aria di un operazione innovativa. e quindi meglio non rischiare, stampare la leggenda e fare cantare a becucci "fuoco nel cuore" al posto di smoke on the water.
complimenti matteo. Sei già nella melma delle operazioni di marketing. solo che una volta ci si rassegnava a queste cosette a fine carriera, quando non ti viene una canzone a moriammazzato, tu lo hai fatto al primo disco.
la voragine della irrilevanza è li davanti che ti aspetta.
"è strano il sapore che riesci a sentire" vero?

francesco renga.
alla fine mi è simpatico. E' un guascone che ha fatto una paurosa gavetta con i timoria,
lo ricordo in certi improbabili concerti anni '80 in cui "la scena" era da la da venire e si suonava per pochi intimi.
Ha trovato un suo suono e un suo songwriting e centrato almeno un paio di bei singoli in passato.
Ha scritto persino un libro, ma ha avuto la simpatia di vergognarsene pubblicamente in un intervista su vanity fair.
SI proclama anche di destra senza esitazioni, e in fin dei conti gli va dato atto che dice quello che pensa.
Tranne che sulla musica.
ferro e cartone, l'ultimo di inediti è andato peggio del disco precedente.
la romanza di sanremo è passata inosservata (troppo melensa anche per quel pubblico)
non si può sbagliare il colpo e il natale è alle porte.
Che fare?
UN bel disco di cover anni 70 (che originalità!) in cui sparare la propria voce in libertà.
lui la vende come il ricordo di certe cose che sentiva sua madre alla radio. Io la vedo con l'onda lunghissima che da vari anni riscopre e saccheggia il ricchissimo catalogo dei veri autori anni '70 (perchè li le canzoni le si sapeva scrivere).
Lo hanno fatto Giorgia e Irene Grandi e molti altri.
Va bene così.
Si guadagnano un paio di annetti per scrivere un buon disco e si rimane sul mercato.
Diciamo un periodo di transizione. diciamo. E non c'è migliore transizione di una vecchia canzone di mina.


Vasco Rossi canta creep dei radiohead in italiano....
cosa possiamo dire?
Vasco è stato importante. ha sdoganato il "fattismo" e l'attitudine rock and roll in un paese che negli anni 80 era la bivio tra mutazione antropologica, secondo boom, deriva televisivo/pubblicitaria.
Ha contribuito-e tanto- a cambiare la morale italiana, quanto Renato Zero a mutare quella sessuale.
Ora è una specie di ENI del disco. Una multinazionale che deve generare un paio di milioni di euro di ricavi all'anno per mantenere strutture, manager uffici, turnisti, uffici stampa.
Sarebbe bello che con un colpo d'ala decidesse di licenziare tutti e uscire con il suo "nebraska". Sono sicuro che troverebbe le energie per un disco dignitoso. Perchè penso che nella nebbia delle sue lucky strike lui sia ancora e nonostante tutto un autore.
In qualche intervista ha provato a buttarla li, ad esprimere un certo desiderio di downsizing.. ma credo che non possa. E' schiavo del gigantismo che lui stesso ha creato.
Ciò nonostante mi sembra meno colpevole di altri. HA scritto almeno 3 o 4 inni definitivi della canzone italiana ed è meno borioso di Dalla (che si atteggia a Verdi bolognese) e non i fa i lifting di baglioni, che ormai sembra ivana trump.
GLi serviva il singolone per continuar e a sembrare rock e da stadio.
Si è preso creep. Ancora una leggenda al posto della realtà.

John Ford si definì sempre un artigiano del cinema.
vi consiglio di vedere sentieri selvaggi. Capirete cosa intendesse.











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altri tempi altre tv

Rai uno.
Il bianco e nero. Un direttore d'orchestra in Smoking.
pubblico in abito lungo.
Un sabato sera probabilmente.
Ed ecco i New trolls che suonano il concerto grosso delle orme.
Una suite tra morricone e il folk, in inglese per di più....
5 minuti duri, applausi a scena aperta. I capelloni che si impadroniscono di studio uno.
Sarà passatismo, sarà snobismo. Ma vedere questa saldatura tra la trasmissione più ingessata delle rai d'epoca
e gli esperimenti progressive più importanti dell'Italia d'allora.
E tutto con questa naturalezza, ma anche con rigore. Come se per la RAI, anche quella dell'intrattenimento, del disimpegno, informare, divulgare la nuova musica italiana fosse un... non mi viene altra parola: un dovere.
Ecco davvero altri tempi ed altre tv.
E pazienza se vedevamo qualche culo in meno.



a rivederla

Sono nata il ventuno a primavera
ma non sapevo che nascere folle,
aprire le zolle
potesse scatenar tempesta.

Così Proserpina lieve
vede piovere sulle erbe,
sui grossi frumenti gentili
e piange sempre la sera.
Forse è la sua preghiera.

alda merini







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mai spiegato meglio




"a volte le persone arrivano e riempiono un vuoto, poi se ne vanno.
e tu stai male per questo ma in realtà è il vuoto di prima che torna a farsi sentire in maniera diversa"

edda_









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me ra vi glio si




grazie a wittgenstein, il blog di luca sofri.

io sono leggenda



è già leggenda nel blog il video che potete vedere qui.
i muse per protestare contro il playback a quelli che il calcio si scambiano i ruoli, il cantante alla batteria il batterista al basso e il bassista alla chitarra tastiera.
Bellissima goliardata... peccato che simona ventura non si accorga di niente e attacchi a fine live una intervista tra i serioso e il saputello al fintocantante/verobatterista che risponde a tono, con il viso tra lo stupito, il divertito e una punta di paura..
Io ora non vorrei sparare sulla croce rossa e ricordare che Simona Ventura presentava fino allo scorso anno il music talent show di maggior successo della tv italiana. Chè questo lo sapete e ognuno tirerà le sue conclusioni.
Che poi "la Simo" nello show era proprio e volutamente l'elemento "altro" dove per altro si intende il glamour televisivo che però di musica non capisce un cazzo e proprio per questo è vicino al "sentire comune" (E poi all'epoca sugli ascolti di x fatcor mica si era così sicuri.. anzi, e la Ventura il suo share lo porta sempre...) . E lei è sistemata.

Mi piace ricordare invece quanto sia stata bella questa cosa dei muse, del non prendersi così seriosamente e provare a fare anche una divertente bischerata, senza il timore di fare incazzare addetti stampa, pubblico, presentatori, presidenti della repubblica, direttori di rete e di casa discografica. Perchè una volta lo sberleffo era insieme alla magniloquenza ed all'ego spudorato una componente quasi obbligatoria, essenziale direi del rock 'n' roll. Che ha anche una bella tradizione, infatti i muse non sono i primi (per fortuna).
I blur ad una edizione di un vecchio Heineken Jammin' festival portarono il cartonato del bassista perchè lui non poteva venire.
il pubblico capì ed apprezzò.
Gli U2 in piena tournée americana (il trionfale tour di The Joshua tree" poi...) fecero un concerto in incognito in un piccolo club, presentandosi in perfetta tenuta da cowboy con il nome di Dalton Brothers... I fratelli dalton sono gli acerrimi nemici di Lucky Luke, un fumetto famoso. E sono dei galeotti recidivi. Insomma bravi, ve li immaginate adesso a ringraziare nelson mandela vestiti come john wayne? Non si può fare no.
Insomma senso dell' umorismo, leggerezza, cazzeggio.. che meraviglia.
E vi lascio con una domanda...A parte gli Afterhours e Manuel che si veste da Napoleone al primo maggio (sublime) vedreste capace uno dei nostri gruppi Indie fichetti, autoreferenziali a fare uno scherzetto così gustoso?
si, la domanda è retorica....




edda come vorrei


"edda", il cantante dei ritmo tribale è tornato.
chiunque abbia visto i ritmo negli anni 90 sa di chi parlo.
un invasato con un carisma formidabile che infiammava i palchi milanesi a torso nudo e con un kilt rosso.
ricordo edda in un live alla cascina monluè. prima degli afterhours che erano al primo disco in italiano.
Concerto pieno, aria di qualcosa che finalmente si stava muovendo. I dischi si vendicchiavano, le case discografiche avevano soldi grazie alla conversione da vinile a cd che riempi le casse di milioni in surplus.
Edda poi scomparve e scomparvero i ritmo tribale.
Manuel che è un generoso e dissemina di omaggi agli amici i dischi degli after scrisse una bellissima canzone in "hai paura del buio?" che si intitola "edda come vorrei" e quell'edda è proprio lui, il ritornello è bellissimo e dice "edda come vorrei/perchè tutto questo volere non diventa energia e non ci spazza via/"
ma anche un incipit che recitava "strichinina sei una bambina/avrai un vita da cellula impazzita"... ecco edda lo potete ritrovare su myspace come
www.myspace.com/stefanoeddarampoldi
e alla apertura del live degli afterhours il 17 a milano.

(In "Quello che non c'è", nella canzone Io non tremo si parla di emidio clementi invece, dei massimo volume)

Edda rappresenta un pò, insieme agli afterhours e pochi altri un momento dei '90 che è difficile immaginare adesso... sembrava che il rock indie potesse diventare mainstream, entrare nelle classifiche ufficiali, nelle radio vendere tanto, finire a domenica in... si pensava che il passaggio di testimone fosse finalmente vicino, e portasse la scena italiana a lavorare come quelle più evolute.
Farsi le ossa in situazioni di nicchia ed aprire poi al grande pubblico come passaggio naturale (illusi). Le cose non sono andate necessariamente peggio o male, solo in modo diverso.
Il fossato tra mondo commerciale e musica indipendente è rimasto. Certo alimentato anche dalla meschinità ed autoreferenzialità della scena ("io sono più indie di te" e così via) alla radio non passano le luci della centrale elettrica ma Tiziano ferro per intenderci (con tutto il rispetto per il suo enorme talento). Risaperlo in scena fa bene al cuore e sono certo anche alla musica.
E qui la finiamo con gli amarcord.
Citiamo lo tzu va', che lo ha fatto anche Carofiglio.

quello che il mondo chiama farfalla, il bruco chiama fine del mondo.

et voilà







il nostro erotismo
è sempre la pornografia di qualcun'altro.










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fare un film è come fare una domanda.
e quando hai finito la risposta è il film.
francis ford coppola




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siamo d'accordo








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nel silenzio






le foto che vedete sono di un bellissimo concerto.

Villa Arconati, vicino a MIlano, una dimora settecentesca chiamata nei suoi momenti di massimo splendore la piccola versailles

Vent'anni fa un gruppo di bibliotecari (bibliotecari avete letto bene) del circuito di paesi che sono nati intono alla villa si inventò un festival musicale.

Iniziò con pazienza e qualità, grazie alla dedizione di persone del "servizio pubblico" (pensate un pò). Dopo vent'anni è uno dei festival estivi forse più belli della rovincia milanese.

Il luogo aiuta certo, si. Siamo nel cortile di una villa in cui passeggiavano damine con l'ombrellino e signori in parrucca, di fronte ad una serra incantevole e indovinando in lontananza i giardini all'italiana.

I camerini per i musicisti sono delle meravigliose stanze affrescate, un pò zozze e quindi ancora più vere con enormi camini grandi quanto un uomo ancora anneriti dalle foreste di legna bruciate li dentro.

Il festival vi dicevo è un piccolo gioiello di qualità anche tecnica. Belle luci, bell'impianto, un buon suono e non è scontato che sia così...

tutti per raccontarvi una serata così... quieta che abbiamo passato ascoltando piers faccini dagli UK, via parigi e Paolo Benvegnù dal lago maggiore.

Quieta mi viene da dire si. Sembrava un luogo sosspeso dalla crisi e dalle devastazioni che attanagliano l'ambiente discografico nazionale.

Serata piena, le persone in ritardo ch entrano passando sotto l'arco d'ingresso della villa e diventano silouhettes in cotroluce, mentre dietro si indovina una lunga fila di alberi che segnano la strada di ingresso alla tenuta. persino i ritardatari erano poertici così...

Inizia Piers Faccini, che suona impeccabiomente con tencinca cristallina, una bella voce blues accompaganto da due musicisti bravissimi.

Un suono trasversale epperò adattissimo al luogo. Chitarra telecaster, violini e tamburelli della taranta... e tutto funzionava.

In certi momenti sembrava di compiere un vertiginoso viaggio che partiva dal mediterraneo, passava a volo d'uccelllo sul delta del missisipi e si fermava dalle parti di albinoni. Erano tutti un pò consci della magia per cosi dire "interculturale" del momento..

Paolo Benvegnù che è l'anti divo per eccellenza esce con una sigretta tra le dita e ascolta sognante tre pezzi di Piers e se ne va pensieroso (lo conosco so che che sta pensando quanto è bravo Piers e inadeguato lui. Paolo è fatto così)

Si è un post un pò buonistama ma mi viene così, anche perchè succedono cose belle a vedersi. Piers rompe la chitarra a metà concerto, e il chitarrista di Paolo gli presta la sua che è miracolosamente anch'essa una telecaster. Se così non fosse il concerto di PIers faccini sarebbe già finito. MEzza BAnd di Paolo che si improvvisa rodies per aiutarlo a ricominciare il Live. Mica così scontato...

Poi sale Paolo,

Come previsto esordisce dicendo "E' dura suonare dopo aver visto un musicista così bravo.." ripeto. Lui è fatto così.

Ormai è un attore da Rivista meraviglioso. Recita per sottrazione, con la sua cravatta rossa e il doppiopetto anni '40. Il modo in cui accenna un incino con la testa e indica i suoi altri musicisti è incomparabile. Sembra un ufficiale prussiano che presenta lo stato maggiore, ed anche un pò il capocomico che mostra la compagnia di giro.

Tutto questo al netto della emozione che da, con un concerto forse anche più "duro" e costruito rispetto a quelli degli inizi, in cui i live sembravano una corda tesa tra due grattacieli e noi a incitarlo di arrivare in fondo! Ora Paolo è più musicista, più "solido" verrebbe da dire, fa il suo show e lo fa bene, bello e toccante come al solito. Forse in passatoi ci sentivamo tutti una specie di comunità che lo stava aiutando a costruire quello che c'è adesso. E siamo tutti felici che l'abbia costruito. Una delle realtà più belle della musica d'autore italiana.

Il Concerto fiisce con un siparietto esilarante di Paolo e con un omaggio alla sua (alla mia anche , siamo coetanei) giovinezza.

"Rosmary plexiglass" primo ormai storico singolo degli scisma.

Andate a vedere villa arconati se vi capita. Aiuta a ricordare che le Lombardia è stata bella. Tanto tempo fa.

E certo, andate anche a vedere Paolo.

"perchè l'uomo prega dio/ma preferisce giuda/e muore senza vivere"

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love, again















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un genio




_gimme honda gimme sony
so cheap and real pony
hong kong dollars + indian cents
english pounds & eskimo pence_

the magnificent seven
_the clash








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quote of the day_4




l'uomo odierno ha sete di narrazione
perché in essa ritrova spazio e tempo per la propria vita.



Italo Calvino







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_











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LOVE













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the sound of the old universe





sto ascoltando l'ultimo disco dei depeche mode....
ho molto letto sulla stampa del nuovo disco dei depeche, e se ci fate caso tutto il tiro è puntato sulla loro incredibile avventura umana.
Insieme ancora dopo vent'anni. I dissidi superati, la maturità, apprezzare di poter fare ancora musica insieme dopo i 40 anni e dopo tanti drammi.
Insomma caduta e resurrezione, inferno e ritorno, ecc ecc.
Ecco infatti mi insospettiva che nessuno parlasse delle canzoni. Insomma com'è la sostanza della cosa? il disco, spogliato della bellissima copertina, del font elegantissimo, della application legata all'immagine con cui comporre dei remixes ecc ecc, ?
Forse il motivo c'è. Ecco, mi sembra un disco che valga meno del racconto del disco .
Molta eleganza, alcuni suoni che sono ormai suoni depeche mode, inventati da loro. portati nell'immaginario di tutti noi proprio da loro.
MA fuor di questo, e dell'andamento maestoso del disco mi sembra che ci sia poco d'altro.
Mi ricorda molto l'ultimo U2, un disco in ci la densità della vita dei musicisti, porta un valore aggiunto alle canzoni, che le canzoni in se non hanno.
E' quasi impossibile non osservare questa foto e i segni del tempo sui loro visi con una ammirazione mista a soggezione. Come quando osserviamo certi anziani Pope greci e immaginiamo una vita di fede e candele che si consumano..
Chissà che insondabili profondità, quante abiezioni e purezza li dentro, tra quei tre uomini.
Anche il disco in qualche modo beneficia di questa deferenza. Certi giri, suoni, che non perdoneremmo ad altri cerchiamo di ascoltarli con un diverso orecchio. Più rispettoso, più cauto. "mi sembra un suono banale, ma mi sbaglio di certo io: Questi sono i depeche mode e se suona così semplice c'è un motivo recondito, che alberga nella loro storia e che io non capisco"
ecco la frase fiume che mi sono ripetuto più spesso ascoltando Sound of the universe.
Sicuramente sono i depeche una band (band, che nome riduttivo per per loro. Una famiglia, l'equipaggio del Bounty?) per cui vale una famosa frase di Glenn Gould.
"La musica non è una questione estetica, ma una questione etica".
Dei depeche rispettiamo anche quella che a volte negli altri chiamiamo semplicemente banalità.





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giovane promessa, ecc ecc





Abbado chiede di donare un albero per la musica.
l'articolo di repubblica racconta del'iniziativa del maestro per ripopolare di alberi la città, un sacco di mail di solidarietà.... bello per carità... ma non so perchè, qualcosa mi suona stonato... ah ecco.
Facciamo così abbado.
lasciamo gli alberi a lega ambiente che a donazioni è messa benino credo.
E con un po dei soldi che lo stato vi regala ogni anno per suonare l'ennesimo Mozart (mai che si senta un Berg, un Cage, un artista contemporaneo per carità) istituite un fondo per aiutare i musicisti "leggeri" (erano leggeri anche Gaber e De Andrè...) a superare il cataclisma economico in atto (downloading, crisi del disco, dei concerti, assenza di supporto statale...) magari creando spazi gratuiti per l'esercizio delle arti, luoghi concerto ben attrezzati e con un acustica decente, facilitazioni per chi vive di musica ed ha una famiglia...e così via.
io preferisco avere magari meno lecci in città ma non vedere molti bravi artisti finire nei call center.
-come?
-meglio gli alberi?
-eh me lo immaginavo...
- mi saluti caramente la signora Mozart allora.
- e anche le code del suo frac.




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dallo spazio profondo




Lo ripeto perchè non mi riesco a rassegnare,
chi cazzo sono questi mostri?!
chi sono questi alieni, questi bambini mutanti, vestiti come claudio villa a 60 anni, che cantano con le movenze di tony cucchiara, che melodizzano felici orrendi cavalli di battaglia dei loro nonni, indossando cravattine con l'elastico e pantaloni troppo corti?
Ma perchè tutti parlano di noemi letizia e questa pornografia, così enorme, evidente che pssa il sabato su RAI uno non suscita nessuno scandalo?
Chi sono i plagiatori? dove sono questi genitori frustrati e castranti che si beano di vedere i loro figli in televisione comportarsi da vecchi, amare canzoni da vecchi, sorridere cantando canzoni da vecchi? Perchè un giudice non ha già ordinato l'affido ad altre famiglie? Non esiste forse un giudice a Berlino?
chi sono i pornografi che impediscono a questi poveretti di scaccolarsi, indossore pantaloni scesi, ascoltare eminem e caparezza vivere insomma un pubertà "normale"?
Sfortunato il paese in cui i nipoti amano le stesse canzoni dei nonni. sfortunato il paese in cui una televisione celebra la castrazione e l'omologamento alla vecchiaia.
certo siamo una gerontocrazia, lo sappiamo, ed ecco che anche i bambini si devono adeguare. Cantare le belle canzoni di una volta, quelle che "così non se ne scrivono più" moderni ma ordinati, con la cravatta e la camicia che in televisione si va vestiti bene, come in piazza, come in chiesa la domenica.
Qualcuno dia una mano a questi poveretti.
e gliela dia in fretta.

La festa della birra







ormai il concertone del primo maggio è un carrozzone che gronda di retorica e riflessi pavloviani della folla a qualunque segnale arrivi dal palco.
Quest'anno Castellitto, che pure è uno dei più grandi attori italiani, (se non il più grande) non si poteva guardare.
Continuamente sopra le righe per infilare una "sceneggiatura" di contenuti da teatro, da orazione civile in quella cagnara da strapaese infestata di striscioni di Vasco. Brutta visione. Ci ha fatto una magra figura, non è stato ne alto ne basso, ne pancia ne cultura, schiacciato dalla struttura della celebrazione, che ormai sembra un gigantesco festival della birra.
I fan di Vasco poi sono un arma a doppio taglio. Si perchè sono il "popolo del rock" come lo chiama lui, ma di musica notoriamente non capiscono un cazzo. La partecipazione allo show del blasco è una messa laica, un grido identitario che ha poco a che fare onestamente con la musica.
Castellitto ha poi infilato l'autogol del brano di libro della moglie letto in diretta con tanto di copertina in evidenza... e si stupisce pure che gli abbiano fatto le pulci il giorno dopo... beata ingenuità. Ma se lo avesse fatto che sò, Paolo Guzzanti una gag del genere che cosa gli avremmo detto? Il brano parlava di vasco per carità, e della sua buona fede siamo tutti convinti, ma sentirlo oggi ribattere dai giornali stupito come capuccetto rosso non fa onore alla sua intelligenza. Anche Berlusconi giura sula testa dei figli che non lo ha fatto apposta... ma possibile che in questo paese non si riesca a mai a capire che la rigidezza formale in certi casi è obbbligatoria a prescindere dalla propria onestà interiore? Che i gesti parlano molto più delle intenzioni? Che certe cose non si fanno e basta, perchè come dice la nonna "avete dimenticato cos'è la vergogna"?
E non parliamo della musica...
Infatti anche il line up è sempre peggio e inoltre, diciamo pure questo, il significato sociale (se ma ci fu) è seppellito da un pezzo e bene fanno gli afterhours a presentarsi vestiti come damerini del '700. Manuel come al solito capisce tutto prima di tutti e prova a dire sottovoce "un pò di autoironia no?" "No". No per carità... avanti con la retorica e la messa cantata dei temi giusti, di "questa bella ggente della piazza" che appena finisce Vasco lascia il resto del concerto in una solitudine siderale, costringendo il regista a rinunciare improvvisamente a qualunque totale per non svelare la piazza che va svuotandosi. Viva i lavoratori si, ma fino a che non finisce Vasco. Poi fanculo i lavoratori ed Edoardo bennato lasciamolo pure al suo destino. Gli farà compagnia la tinta dei capelli le sue magliette UMM e al massimo qualche burattino senza fili....
Cancelliamolo sto concerto del 1 maggio. Cancelliamolo e basta.







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la poesia. ecco.





... sento ancora la fanghiglia tra le dita dei piedi e la mia schiena non è più quella d'un tempo. Ma dentro sento sempre le nostre voci, vedo le nostre mani nell'acqua e il caporale sulla riva che ci controlla. Si canta, si ride, ma è per non pensare, per non sentire il tempo e la fatica. Ma pensi... pensi a casa, ai figli piccoli che ti cercano, al marito, alla miseria che cresce come i debiti sul libretto dei conti del pane, della carne...

Non fai caso alle bisce, alle zanzare, al sole che filtra dal cappellone di paglia, al sudore che cola, alle vesciche ai piedi e alle mani, e pensi che prima o poi passerà.

Sono vecchia della monda, e guardo le ragazzine per ritornare ai miei ricordi di quell'età...



una foto e una estratto di canto delle mondine di novi.






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solo questo, dopotutto.

-ma insomma cosa vuoi?-
-quello che vogliono tutti.
Considerazione, un pò d'amore e qualche soldo in più-

dottor house










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the maze




il maze è stata la prigione di massima sicurezza dell'Irlanda del nord che dal '76 e per trent'anni ha ospitato reclusi dell' ira e delle forze lealiste. Buona parte della storia dei quel paese si è scritta tra quelle mura.
Ora è abbandonato e donovan wylie, un fotografo ha avuto l'autorizzazione a scattare dentro il carcere senza limitazioni.
www.magumphotos.com è un sito meraviglioso in cui trovate alcune delle più belle fotografie del mondo, e storie come quella del maze.

quote of the day

"Nessuno può farci sentire inferiori senza il nostro consenso"
Eleanor Roosewelt

quote of the day

Però la storia non si ferma davvero davanti a un portone,
la storia entra dentro le stanze, le brucia,
la storia dà torto e dà ragione

la storia
Francesco De Gregori







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quote of the day_perchè ci chiamiamo così





questo blog si chiama aprile perchè una nostra canzone si intitola così.
tutto però nacque qualche anno fa dall'incipit di una delle più importanti poesie del secolo.
la terra desolata di t.s. eliot

che inizia così....

Aprile è il più crudele dei mesi, genera
Lillà da terra morta, confondendo
Memoria e desiderio, risvegliando
Le radici sopite con la pioggia della primavera.
L'inverno ci mantenne al caldo, ottuse
Con immemore neve la terra, nutrì
Con secchi tuberi una vita misera.
L'estate ci sorprese, giungendo sullo Starnbergersee
Con uno scroscio di pioggia: noi ci fermammo sotto il colonnato,
E proseguimmo alla luce del sole, nel Hofgarten,
E bevemmo caffè, e parlammo un'ora intera.










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la tv infinita






Fidanzandosi con la corvaglia morgan sancisce definitivamente una cosa.
Il suo passaggio alla dimensione di "televisivo".
E’ una condizione senza ritorno e molto insidiosa, che parte dalla Corvalgia e finisce a Signorini, il cumenda del grande fratello, le comparsate e i materassi eminflex.
E’ insidiosa perché è una” mutazione genetica” e ti sposta dalla dimensione di musicista-comunque musicista- che fa una incursione nel mondo della tv popolare portandoci una tua storia e dei tuoi (eccheccazo si diciamolo) “valori”, cercando comunque di disturbare e perché no, cambiare il meccanismo televisivo,ecco che invece ne finisci assorbito.
So che sembra troppo serioso far partire una analisi del genere da una liason e tutti diranno “che cazzo c’entra”…. invece c’entra eccome, perché uno dei dati di questa era tv è che non solo il privato è pubblico ma è pura materia televisiva.
E per marcare la differenza devi fare tv ma costruire un privato non televisivo. Potrà non piacere ma è così.
E Maddalena Corvalgia, cara ragazza, non è neppure una televisiva qualsiasi… è una ex velina delle più famose, una ex fidanzata di Jacchetti, conduttore di striscia (guarda il caso…). Insomma di simboli, quando si è pubblici si vive, e certo questa relazione è molto simbolica…
Il fatto è questo; Morgan che sta con la casalinga di Voghera, significa avere una credibilità mentre cazzia tutti a xfactor molto alta.
Vedergli fare il cazziatone, immaginando le foto della Corvaglia su Max07 fa un effetto “slightly different”.
Non è un giudizio morale, badate. E' un giudizio in un certo senso “tecnico” sul tipo di tv che si fa oggi e su quali sono i modi in cui ti vampirizza.
In sintesi quando Morgan esce dagli studi di X factor e va a cena con la Corvaglia, crede di essere “uscito” dalla tv. In realtà no. La sta ancora facendo. E’ entrato nel meccanismo della tv infinita. La tv che si fa oggi e da cui non si esce più.
“Outside in the distance” (e questo è Dylan) Signorini sta spettando la sua preda.







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quote of the day_3






"accetta i consigli. Sono una forma di nostalgia"
the Big Kahuna





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quote of the day_2





If I have any regrets, I could say that I'm sorry I wasn't a better writer or a better singer
Patty Smith



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quote of the day





-Roberto (Rossellini) mi ha insegnato che il soggetto di un film è più importante dell'originalità dei titoli di testa, che una buona sceneggiatura deve stare in dodici pagine, che bisogna filmare i bambini con maggior rispetto di qualsiasi altra cosa, che la macchina da presa non ha più importanza di una forchetta e che bisogna potersi dire, prima di ogni ripresa: "O faccio questo film o crepo"-
François Truffaut





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and it's you when I pick up the phone





non ce la faccio a non parlare di loro....
senza giudicare, lo sponsor per tour 2009 degli U2, sarà blackberry.
(grazie a wittgenstein)




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record companies are gonna die. in 2011







uno strabiliante articolo di techCrunch (www.techcrunch.com)
con la confessione di un discografico sul futuro del suo mestiere... scomparire.

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Big Music Will Surrender, But Not Until At Least 2011

by Michael Arrington on March 8, 2009
I had a surprisingly candid lunch conversation last week with a big music label executive, and a good part of our talk focused on the future of music. I asked the usual question: Why are you guys so damned clueless? Your business is disintegrating before your eyes, and all you do is go for short term cash gains (lawsuits, mafia-style collection rackets from venture backed music startups, etc.). The long term costs are horrendous - an entire generation or two of young music lovers feel no remorse at outright stealing music. Particularly since most online streaming is now free, it’s hard to understand why downloading or sharing songs should be a crime.

His response: It’s all part of a master plan. The labels fully understand that recorded music, streamed or downloaded, is going to be free in the future (we’ve argued this relentlessly). CD sales continue to decline by 20% per year, and the only thing that’ll stop that trend is when those sales reach zero. Nothing will replace those revenues.

They also understand that recorded music will largely be little more than marketing collateral, meaning that the Internet services being sued today for copyright infringement will be embraced in the future as ways to get the word out on hot new music. These services pay for the privilege today (either through high streaming rates or in court), but in the future they’ll be the ones getting paid by labels. Think radio payola at a whole new level, and there won’t be any more talk about social networks giving stock to labels and artists. Money will flow the other way, as it should.

By 2013 (maybe as early as 2011) it’ll make sense for the labels to finally reorganize their business models around the reality created by the Internet and person to person file sharing services. No longer will the labels be tied to revenue limited to sales of master recordings - by then most or all artists will be under 360 music contracts that give the labels a cut of virtually every revenue stream artists can tap into - fan sites, concerts, merchandise, endorsement deals, and everything else.

But until then, he says, the spreadsheets and financial models dictate that suing customers and partners just makes too much sense. Venture capitalists have directed hundreds of millions of dollars, via their litigation-mired startups, into the label coffers. To some extent those payments will continue, although the big payment days are likely over. Apple still sends a lot of money to the labels for paid downloads, and sites like MySpace Music, Imeem, Rhapsody and Last.fm pay big streaming dollars. Until CD sales really stagnate, all those revenue streams bring in more money than facing reality.

For most industries, embracing old revenue streams until they are completely petered out is a great way to open the door wide open to competitors with more innovative business models. But the Innovator’s Dilemma problem doesn’t necessarily apply to the music industry. The big labels have a lock on talent, and there’s no reason to believe that new artists won’t continue to strive to lock themselves in to one of them.

What this means for us music consumers - don’t expect much to change for the next few years. But sometime in the next decade we’ll see a real renaissance in how music is distributed and consumed. And who knows, a decade after that we may have all forgiven the music labels.

baricco e la cultura





tutti parlano dell'articolo di baricco sugli enti culturali e musicali inutili.
E' un pezzo che ha generato un dibattito diffuso e parecchio aspro.
Il solo fatto che alcune strutture (i teatri per esempio) abbiano vissuto come puro insulto la sola ipotesi di andare sul mercato, a confrontarsi con la legge della domanda e dell'offerta, una condizione in cui vivono da sempre i musicisti cosiddetti "leggeri", ecco la veemenza e la spocchia di questa reazione mi spinge a mettere sulla pagina l'articolo in questione. prima che si perda negli archivi di repubblica.
poi ognuno giudica.

ps_ a carmelo bene sarebbe piaciuto, secondo me.



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In questi tempi di crisi non si può più pensare che tutta la cultura
sia finanziata con i fondi statali. L'intervento pubblico ha prodotto stagnazione
Basta soldi pubblici al teatro
meglio puntare su scuola e tv
di ALESSANDRO BARICCO


Sotto la lente della crisi economica, piccole crepe diventano enormi, nella ceramica di tante vite individuali, ma anche nel muro di pietra del nostro convivere civile. Una che si sta spalancando, non sanguinosa ma solenne, è quella che riguarda le sovvenzioni pubbliche alla cultura. Il fiume di denaro che si riversa in teatri, musei, festival, rassegne, convegni, fondazioni e associazioni. Dato che il fiume si sta estinguendo, ci si interroga. Si protesta. Si dibatte. Un commissariamento qui, un'indagine per malversazione là, si collezionano sintomi di un'agonia che potrebbe anche essere lunghissima, ma che questa volta non lo sarà. Sotto la lente della crisi economica, prenderà tutto fuoco, molto più velocemente di quanto si creda.

In situazioni come queste, nei film americani puoi solo fare due cose: o scappi o pensi molto velocemente. Scappare è inelegante. Ecco il momento di pensare molto velocemente. Lo devono fare tutti quelli cui sta a cuore la tensione culturale del nostro Paese, e tutti quelli che quella situazione la conoscono da vicino, per averci lavorato, a qualsiasi livello. Io rispondo alla descrizione, quindi eccomi qui. In realtà mi ci vorrebbe un libro per dire tutto ciò che penso dell'intreccio fra denaro pubblico e cultura, ma pensare velocemente vuol dire anche pensare l'essenziale, ed è ciò che cercherò di fare qui.

Se cerco di capire cosa, tempo fa, ci abbia portato a usare il denaro pubblico per sostenere la vita culturale di un Paese, mi vengono in mente due buone ragioni. Prima: allargare il privilegio della crescita culturale, rendendo accessibili i luoghi e i riti della cultura alla maggior parte della comunità. Seconda: difendere dall'inerzia del mercato alcuni gesti, o repertori, che probabilmente non avrebbero avuto la forza di sopravvivere alla logica del profitto, e che tuttavia ci sembravano irrinunciabili per tramandare un certo grado di civiltà.

A queste due ragioni ne aggiungerei una terza, più generale, più sofisticata, ma altrettanto importante: la necessità che hanno le democrazie di motivare i cittadini ad assumersi la responsabilità della democrazia: il bisogno di avere cittadini informati, minimamente colti, dotati di principi morali saldi, e di riferimenti culturali forti. Nel difendere la statura culturale del cittadino, le democrazie salvano se stesse, come già sapevano i greci del quinto secolo, e come hanno perfettamente capito le giovani e fragili democrazie europee all'indomani della stagione dei totalitarismi e delle guerre mondiali.

Adesso la domanda dovrebbe essere: questi tre obbiettivi, valgono ancora? Abbiamo voglia di chiederci, con tutta l'onestà possibile, se sono ancora obbiettivi attuali? Io ne ho voglia. E darei questa risposta: probabilmente sono ancora giusti, legittimi, ma andrebbero ricollocati nel paesaggio che ci circonda. Vanno aggiornati alla luce di ciò che è successo da quando li abbiamo concepiti. Provo a spiegare.

Prendiamo il primo obbiettivo: estendere il privilegio della cultura, rendere accessibili i luoghi dell'intelligenza e del sapere. Ora, ecco una cosa che è successa negli ultimi quindici anni nell'ambito dei consumi culturali: una reale esplosione dei confini, un'estensione dei privilegi, e un generale incremento dell'accessibilità. L'espressione che meglio ha registrato questa rivoluzione è americana: the age of mass intelligence, l'epoca dell'intelligenza di massa.

Oggi non avrebbe più senso pensare alla cultura come al privilegio circoscritto di un'élite abbiente: è diventata un campo aperto in cui fanno massicce scorribande fasce sociali che da sempre erano state tenute fuori dalla porta. Quel che è importante è capire perché questo è successo. Grazie al paziente lavoro dei soldi pubblici? No, o almeno molto di rado, e sempre a traino di altre cose già successe. La cassaforte dei privilegi culturali è stata scassinata da una serie di cause incrociate: Internet, globalizzazione, nuove tecnologie, maggior ricchezza collettiva, aumento del tempo libero, aggressività delle imprese private in cerca di un'espansione dei mercati. Tutte cose accadute nel campo aperto del mercato, senza alcuna protezione specifica di carattere pubblico.

Se andiamo a vedere i settori in cui lo spalancamento è stato più clamoroso, vengono in mente i libri, la musica leggera, la produzione audiovisiva: sono ambiti in cui il denaro pubblico è quasi assente. Al contrario, dove l'intervento pubblico è massiccio, l'esplosione appare molto più contratta, lenta, se non assente: pensate all'opera lirica, alla musica classica, al teatro: se non sono stagnanti, poco ci manca. Non è il caso di fare deduzioni troppo meccaniche, ma l'indizio è chiaro: se si tratta di eliminare barriere e smantellare privilegi, nel 2009, è meglio lasciar fare al mercato e non disturbare. Questo non significa dimenticare che la battaglia contro il privilegio culturale è ancora lontana dall'essere vinta: sappiamo bene che esistono ancora grandi caselle del Paese in cui il consumo culturale è al lumicino. Ma i confini si sono spostati. Chi oggi non accede alla vita culturale abita spazi bianchi della società che sono raggiungibili attraverso due soli canali: scuola e televisione. Quando si parla di fondi pubblici per la cultura, non si parla di scuola e di televisione. Sono soldi che spendiamo altrove. Apparentemente dove non servono più. Se una lotta contro l'emarginazione culturale è sacrosanta, noi la stiamo combattendo su un campo in cui la battaglia è già finita.

Secondo obbiettivo: la difesa di gesti e repertori preziosi che, per gli alti costi o il relativo appeal, non reggerebbero all'impatto con una spietata logica di mercato. Per capirci: salvare le regie teatrali da milioni di euro, La figlia del reggimento di Donizetti, il corpo di ballo della Scala, la musica di Stockhausen, i convegni sulla poesia dialettale, e così via. Qui la faccenda è delicata. Il principio, in sé, è condivisibile. Ma, nel tempo, l'ingenuità che gli è sottesa ha raggiunto livelli di evidenza quasi offensivi.

Il punto è: solo col candore e l'ottimismo degli anni Sessanta si poteva davvero credere che la politica, l'intelligenza e il sapere della politica, potessero decretare cos'era da salvare e cosa no. Se uno pensa alla filiera di intelligenze e saperi che porta dal ministro competente giù fino al singolo direttore artistico, passando per i vari assessori, siamo proprio sicuri di avere davanti agli occhi una rete di impressionante lucidità intellettuale, capace di capire, meglio di altri, lo spirito del tempo e le dinamiche dell'intelligenza collettiva? Con tutto il rispetto, la risposta è no. Potrebbero fare di meglio i privati, il mercato? Probabilmente no, ma sono convinto che non avrebbero neanche potuto fare di peggio.

Mi resta la certezza che l'accanimento terapeutico su spettacoli agonizzanti, e ancor di più la posizione monopolistica in cui il denaro pubblico si mette per difenderli, abbiano creato guasti imprevisti di cui bisognerebbe ormai prendere atto. Non riesco a non pensare, ad esempio, che l'insistita difesa della musica contemporanea abbia generato una situazione artificiale da cui pubblico e compositori, in Italia, non si sono più rimessi: chi scrive musica non sa più esattamente cosa sta facendo e per chi, e il pubblico è in confusione, tanto da non capire neanche più Allevi da che parte sta (io lo so, ma col cavolo che ve lo dico).

Oppure: vogliamo parlare dell'appassionata difesa del teatro di regia, diventato praticamente l'unico teatro riconosciuto in Italia? Adesso possiamo dire con tranquillità che ci ha regalato tanti indimenticabili spettacoli, ma anche che ha decimato le file dei drammaturghi e complicato la vita degli attori: il risultato è che nel nostro paese non esiste quasi più quel fare rotondo e naturale che mettendo semplicemente in linea uno che scrive, uno che recita, uno che mette in scena e uno che ha soldi da investire, produce il teatro come lo conoscono i paesi anglosassoni: un gesto naturale, che si incrocia facilmente con letteratura e cinema, e che entra nella normale quotidianità della gente.

Come vedete, i principi sarebbero anche buoni, ma gli effetti collaterali sono incontrollati. Aggiungo che la vera rovina si è raggiunta quando la difesa di qualcosa ha portato a una posizione monopolistica. Quando un mecenate, non importa se pubblico o privato, è l'unico soggetto operativo in un determinato mercato, e in più non è costretto a fare di conto, mettendo in preventivo di perdere denaro, l'effetto che genera intorno è la desertificazione. Opera, teatro, musica classica, festival culturali, premi, formazione professionale: tutti ambiti che il denaro pubblico presidia più o meno integralmente. Margini di manovra per i privati: minimi. Siamo sicuri che è quello che vogliamo? Siamo sicuri che sia questo il sistema giusto per non farci derubare dell'eredità culturale che abbiamo ricevuto e che vogliamo passare ai nostri figli?

Terzo obbiettivo: nella crescita culturale dei cittadini le democrazie fondano la loro stabilità. Giusto. Ma ho un esempietto che può far riflettere, fatalmente riservato agli elettori di centrosinistra. Berlusconi. Circola la convinzione che quell'uomo, con tre televisioni, più altre tre a traino o episodicamente controllate, abbia dissestato la caratura morale e la statura culturale di questo Paese dalle fondamenta: col risultato di generare, quasi come un effetto meccanico, una certa inadeguatezza collettiva alle regole impegnative della democrazia. Nel modo più chiaro e sintetico ho visto enunciata questa idea da Nanni Moretti, nel suo lavoro e nelle sue parole. Non è una posizione che mi convince (a me Berlusconi sembra più una conseguenza che una causa) ma so che è largamente condivisa, e quindi la possiamo prendere per buona. E chiederci: come mai la grandiosa diga culturale che avevamo immaginato di issare con i soldi dei contribuenti (cioè i nostri) ha ceduto per così poco?

Bastava mettere su tre canali televisivi per aggirare la grandiosa cerchia di mura a cui avevamo lavorato? Evidentemente sì. E i torrioni che abbiamo difeso, i concerti di lieder, le raffinate messe in scena di Cechov, la Figlia del reggimento, le mostre sull'arte toscana del quattrocento, i musei di arte contemporanea, le fiere del libro? Dov'erano, quando servivano? Possibile che non abbiano visto passare il Grande Fratello? Sì, possibile. E allora siamo costretti a dedurre che la battaglia era giusta, ma la linea di difesa sbagliata. O friabile. O marcia. O corrotta. Ma più probabilmente: l'avevamo solo alzata nel luogo sbagliato.

Riassunto. L'idea di avvitare viti nel legno per rendere il tavolo più robusto è buona: ma il fatto è che avvitiamo a martellate, o con forbicine da unghie. Avvitiamo col pelapatate. Fra un po' avviteremo con le dita, quando finiranno i soldi.

Cosa fare, allora? Tenere saldi gli obbiettivi e cambiare strategia, è ovvio. A me sembrerebbe logico, ad esempio, fare due, semplici mosse, che qui sintetizzo, per l'ulcera di tanti.

1. Spostate quei soldi, per favore, nella scuola e nella televisione. Il Paese reale è lì, ed è lì la battaglia che dovremmo combattere con quei soldi. Perché mai lasciamo scappare mandrie intere dal recinto, senza battere ciglio, per poi dannarci a inseguire i fuggitivi, uno ad uno, tempo dopo, a colpi di teatri, musei, festival, fiere e eventi, dissanguandoci in un lavoro assurdo? Che senso ha salvare l'Opera e produrre studenti che ne sanno più di chimica che di Verdi? Cosa vuol dire pagare stagioni di concerti per un Paese in cui non si studia la storia della musica neanche quando si studia il romanticismo? Perché fare tanto i fighetti programmando teatro sublime, quando in televisione già trasmettere Benigni pare un atto di eroismo? Con che faccia sovvenzionare festival di storia, medicina, filosofia, etnomusicologia, quando il sapere, in televisione - dove sarebbe per tutti - esisterà solo fino a quando gli Angela faranno figli? Chiudete i Teatri Stabili e aprite un teatro in ogni scuola. Azzerate i convegni e pensate a costruire una nuova generazione di insegnanti preparati e ben pagati. Liberatevi delle Fondazioni e delle Case che promuovono la lettura, e mettete una trasmissione decente sui libri in prima serata. Abbandonate i cartelloni di musica da camera e con i soldi risparmiati permettiamoci una sera alla settimana di tivù che se ne frega dell'Auditel.

Lo dico in un altro modo: smettetela di pensare che sia un obbiettivo del denaro pubblico produrre un'offerta di spettacoli, eventi, festival: non lo è più. Il mercato sarebbe oggi abbastanza maturo e dinamico da fare tranquillamente da solo. Quei soldi servono a una cosa fondamentale, una cosa che il mercato non sa e non vuole fare: formare un pubblico consapevole, colto, moderno. E farlo là dove il pubblico è ancora tutto, senza discriminazioni di ceto e di biografia personale: a scuola, innanzitutto, e poi davanti alla televisione.
La funzione pubblica deve tornare alla sua vocazione originaria: alfabetizzare. C'è da realizzare una seconda alfabetizzazione del paese, che metta in grado tutti di leggere e scrivere il moderno. Solo questo può generare uguaglianza e trasmettere valori morali e intellettuali. Tutto il resto, è un falso scopo.

2. Lasciare che negli enormi spazi aperti creati da questa sorta di ritirata strategica si vadano a piazzare i privati. Questo è un punto delicato, perché passa attraverso la distruzione di un tabù: la cultura come business. Uno ha in mente subito il cattivo che arriva e distrugge tutto. Ma, ad esempio, la cosa non ci fa paura nel mondo dei libri o dell'informazione: avete mai sentito la mancanza di una casa editrice o di un quotidiano statale, o regionale, o comunale? Per restare ai libri: vi sembrano banditi Mondadori, Feltrinelli, Rizzoli, Adelphi, per non parlare dei piccoli e medi editori? Vi sembrano pirati i librai? È gente che fa cultura e fa business. Il mondo dei libri è quello che ci consegnano loro. Non sarà un paradiso, ma l'inferno è un'altra cosa. E allora perché il teatro no? Provate a immaginare che nella vostra città ci siano quattro cartelloni teatrali, fatti da Mondadori, De Agostini, Benetton e vostro cugino. È davvero così terrorizzante? Sentireste la lancinante mancanza di un Teatro Stabile finanziato dai vostri soldi?

Quel che bisognerebbe fare è creare i presupposti per una vera impresa privata nell'ambito della cultura. Crederci e, col denaro pubblico, dare una mano, senza moralismi fuori luogo. Se si hanno timori sulla qualità del prodotto finale o sull'accessibilità economica dei servizi, intervenire a supportare nel modo più spudorato. Lo dico in modo brutale: abituiamoci a dare i nostri soldi a qualcuno che li userà per produrre cultura e profitti. Basta con l'ipocrisia delle associazioni o delle fondazioni, che non possono produrre utili: come se non fossero utili gli stipendi, e i favori, e le regalie, e l'autopromozione personale, e i piccoli poteri derivati. Abituiamoci ad accettare imprese vere e proprie che producono cultura e profitti economici, e usiamo le risorse pubbliche per metterle in condizione di tenere prezzi bassi e di generare qualità. Dimentichiamoci di fargli pagare tasse, apriamogli l'accesso al patrimonio immobiliare delle città, alleggeriamo il prezzo del lavoro, costringiamo le banche a politiche di prestito veloci e superagevolate.

Il mondo della cultura e dello spettacolo, nel nostro Paese, è tenuto in piedi ogni giorno da migliaia di persone, a tutti i livelli, che fanno quel lavoro con passione e capacità: diamogli la possibilità di lavorare in un campo aperto, sintonizzato coi consumi reali, alleggerito dalle pastoie politiche, e rivitalizzato da un vero confronto col mercato. Sono grandi ormai, chiudiamo questo asilo infantile. Sembra un problema tecnico, ma è invece soprattutto una rivoluzione mentale. I freni sono ideologici, non pratici. Sembra un'utopia, ma l'utopia è nella nostra testa: non c'è posto in cui sia più facile farla diventare realtà.

(24 febbraio 2009)

no line on the horizon_not at all...






io gli u2 li ho sempre amati.
almeno fino a pop.
fino a pop hanno cercato di restare nello zeitgeist, nello spirito del tempo. produzione trip hop, dubbi, dischi usciti in ritardo.
poi si sono seduti. hanno cominciato a fare quello che sanno fare bene. a stratificare tutti i loro dischi precedenti dentro il successivo.
cioè ogni disco sembrava una summa degli u2 visionari dei primi album, una canzone country del periodo americano, un paio di elettroniche e il singolo killer.
ora è anche peggio.
si stanno ormai dirigendo a grandi passi verso quella terra di nessuno in cui anche i rolling stones sono accasati. Il suono, la maniera, il tentativo di trovare dentro di se cose che non ci sono più (innocenza, slancio, candore) e non perchè siano disonesti, tutt'altro. sono onestissimi, ma non è più la loro cosa.
per dirla tutta, l'ultimo di bugo gli fa un culo così.
Ormai loro sono un pò da catalogo. cioè si aspetta il disco per vedere il tour e sentire la sequela mozzafiato di singoli che produssero. un pò come quando passa la amerigo vespucci davanti al porto di livorno. bellissima eh. ma poi nessuno ci farebbe una crociera. meglio vederla passare.
oggi quindi ho comprato no line on the horizon.
gino castaldo, certificando definitivamente di essere un gornalista pippa ed invecchiato quanto un attacapanni da ingresso ha detto che è uno dei migliori dischi degli u2 da molti anni a questa parte.
mi domando quale disco gli abbiano fatto sentire. secondo me hanno messo una copia dell'ultimo editors nella custodia...
vi dico un pò come la penso io...
Ecco, se vedessi una foto Olivia newton john a l'età che ha adesso, rifare gli stessi passi del videoclip xanadu, vestita da lolita del jogging anni 80, potrei mostrarvi la sensazione che mi da questo nuovo disco.
Beninteso, io li amerò sempre, mi sembrano degli zii un pò invecchiati a cui si vuole bene nonostante le idee balzane rimaste dagli anni della gioventù.
ma la verità è che per trovare un disco intero buono dovremmo mettere insieme il meglio degli ultimi tre e verrebbero forse 8 canzoni.
persino il team di lavoro è stratificato.
ci sono tutti, e dico TUTTI i produttori dei 10 dischi precedenti!
Llillywhite, Eno, Lanois!
il fotografo storico Corbjin.
il grafico dei loro dischi precedenti.
infatti sembra "all that you can't leave behind" sparato-
stessi colori, stesse pose, stessi look. Oggi alla fnac quasi mi piaceva di più l'art cover di gigi d'alessio. E ho detto tutto...

ecco mi spiace che la fiamma sia andata ma va bene così.
a loro voglio bene e gliene vorrò sempre.
certo vedere il cervello di gino castaldo andare in pappa fa un pò tenerezza.
E come direbbe Dalla, è questa la novità.

madre_